in Val Pellice

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La storia

Brevi cenni storici sulla Val Pellice in generale

La val Pellice, insieme alla val Germanasca e alla bassa val Chisone sono comunemente definite “valli valdesi”.

Anticamente ne facevano parte anche l'alta val Chisone e l'alta val Susa, francesi sino al 1715.

Abitata in epoca preistorica (numerose località recano tracce di insediamento e di classici fori a coppella) l'area, popolata poi dai Celti, passò sotto l'impero romano e nell'età medievale attraversò le fasi del feudalesimo fino all'affermarsi della casa degli Acaia a Pinerolo prima e dei Savoia poi.

Come tutte le vallate alpine visse nei secoli XII-XIV una fase di notevole sviluppo anche economico, grazie al commercio con la Provenza attraverso colli facilmente valicabili, in particolare il colle della Croce e, nella vicina val Chisone, il Monginevro.

Molto vivace fu anche la circolazione di idee religiose; in quel periodo giunsero, molto probabilmente dalla Lombardia, rappresentanti del movimento dei “Poveri”. Discepoli di un mercante lionese di nome Valdo, vissuto intorno al 1160-80, detti perciò “valdesi”, propugnavano la fedeltà assoluta all'Evangelo e la povertà ad imitazione degli apostoli.

Scomunicati dalla Chiesa romana, dispersi attraverso l'Europa e perseguitati dall'Inquisizione i “valdesi” furono costretti a vivere la loro fede in modo clandestino. Uno dei loro centri maggiori fu l'area delle valli piemontesi e delfinatesi: lo documentano i loro libri in lingua occitana e il fatto che i loro ministri fossero detti “barba” (in dialetto “zio”), da cui furono poi detti “barbetti”.

Agli inizi del 1500 la zona subì una profonda trasformazione religiosa e politica. La popolazione infatti aderì in modo massiccio (come anche nel vicino Saluzzese) alla fede protestante distaccandosi dalla confessione cattolico-romana.

Questo momento di riforma religiosa coincise con la politica di espansione francese in Italia verso il ducato di Milano. La val Chisone appartenente allora al Delfinato e Pinerolo trasformato in fortezza furono la base operativa di questa azione.

Il formarsi in queste vallate di una piccola isola protestante in terra cattolica ne determinò per oltre due secoli le vicende.

I sovrani di Francia e Savoia, cattolici, si sforzarono infattai di ricondurre i loro sudditi alla confessione cattolico-romana ma questi si opposero rivendicando, anche con le armi, la libertà di adorare Dio secondo la loco coscienza.

Particolarmente tragici furono gli anni 1560-61, 1655-60, 1685-90 che videro gli eserciti franco-sabaudi abbandonarsi a violenze e massacri suscitando l'indignata reazione dell'Europa.

Nel 1686 i valdesi francesi e nel 1687 quelli sabaudi furono espulsi dal paese. I primi, specie dalla val Chisone, emigrarono in Germania dove fondarono colonie che sussistono tuttora. I secondi invece tornarono nelle loro valli natie tre anni più tardi con una spedizion emilitare rimasta famosa per l'arditezza e il coraggio (il “Glorioso Rimpatrio”).

Con queste movimentate vicende l'area protestante si ridusse però progressivamente; le poche migliaia di valdesi piemontesi vissero rinchiusi nelle loro valli come in un ghetto.

Vittime come anche gli ebrei di discriminazione e intolleranza, privati di tutti i diritti civili e politici, sudditi di seconda categoria del regno di Sardegna, la loro sopravvivenza fu assicurata dall'intervento dei paesi protestanti che si fecero carico dei loro problemi.

Celebrazione della festa del 17 febbraio con l'accesione di numerosi falò

Il primo riconoscimento sotto Napoleone fu seguito poi dalla parità civile e politica con le Regie Patenti di Carlo Alberto nel 1848 (a ricordo delle quali ogni anno i valdesi celebrano la festa della libertà il 17 febbraio).

Le valli valdesi divennero così l'unico angolo d'Italia dove una minoranza protestante poté realizzare la sua fede cristiana e la sua vocazion ecivile. Visitandole a fine secolo Edmondo De Amicis ne espresse molto sinteticamente il carattere definendo Torre Pellice “la piccola Ginevra italiana” e la valle d'Angrogna “le Termopili valdesi”; egli individuava così i caratteri della zona: l'apertura all'Europa del liberalismo moderno e l'ideale della libertà.

Dalla metà del XIX secolo il fenomeno dell'emigrazione si fece sentire e molti abitanti si trasferirono anche all'estero in cerca di lavoro.
Il mondo delle valli valdesi si mantenne unitario fino a dopo la seconda guerra mondiale; un'economia mista di agricoltura e insediamenti industriali ha permesso una stabilità economica e una coesione sociale di cui si è potuto verificare la forza durante il periodo della Resistenza, che ha avuto nella zona uno dei centri più attivi.

La collocazione in un'area di confine ricca di storia, la cultura plurilingue (occitana, francese, piemontese, italiana) e la presenza della comunità valdese, collegata da sempre al mondo europeo, fanno della val Pellice un luogo ricco di suggestioni e di interesse nel contesto di un'Europa in costruzione.